Il sorriso di Lucia

Il sorriso di Lucia 

Lei si toccò il volto arrossato dallo schiaffone ricevuto dal genitore, poi si diresse verso il regiolagno che s`inerpicava su per la montagna: " No oi ma', 'o tatone me vatte,tatillo me vatte, frateme me vatte, ma pecchè? Io nun pozzo sopportà chiù,me vaco a' accidere, me votto 'a coppa a' pestella ". La madre la rincorse per un poco, dopodiché sentì il fischio del marito che la chiamava, indugiò per qualche istante, infine, sospirando, a malincuore tornò indietro verso casa. Lucia, piangendo, continuò la sua corsa voltandosi di tanto in tanto e rallentò solamente quando fu certa che nessuno l'avrebbe raggiunta. Piangeva Lucia, eppure la cosa più bella che possedeva era il sorriso. Quando sorrideva gli occhi diventavano due fessure strettissime e luminose, mentre sulle guance comparivano due fossette che rendevano in breve l'espressione dolcissima. Lei però da tempo non sorrideva più e a pensarci bene non c'era assolutamente proprio niente da ridere. Più tardi, all'imbrunire si sentì chiamare, suo fratello era salito fin lassù per riportarla a casa. Ma lei più si sentiva chiamare e più si rannicchiava nel rovo dove s'era nascosta. Impaurita stringeva le esili gambe al busto per occupare meno spazio, quasi a divenire invisibile e scomparire. Quando era piccola e il padre la picchiava, andava a nascondersi nel pollaio e stava lì per ore, sperando che il genitore, pentito per averla sgridata, andasse a cercarla per prendersela in braccio e farla ridere stringendole il volto tra le mani callose, proprio su quelle fossette che comparivano all'improvviso sulle gote. Non era mai accaduto. Era capitato, però, una volta, che Mast'Aniello, lo scemo del villaggio, sentendola piangere l'aveva tirata fuori dalla melma del pollaio, scuotendole piano la veste per toglierle il fango appiccicato agli orli, poi, sorridendo con la sua bocca sdentata, le aveva offerto dei fichi secchi rubati a chissà chi... 

(Rif. Pagina 7)
 

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